Pd, iniziamo da Melfi?
| Lavoratori e Lavori - Partiti e Associazioni politiche |
di Rinaldo Gianola da unita.it 11 ago 2010 - Le sentenze della magistratura si rispettano e non si discutono. Ieri un giudice del lavoro ha deciso il reintegro degli operai Barozzino, Pignatelli (due delegati Fiom) e Lamorte nello stabilimento Fiat-Sata di Melfi licenziati per «sabotaggio alla produzione». I tre operai erano accusati di aver ostacolato un carrello automatico, durante una protesta in fabbrica, che aveva determinato il blocco della produzione. Il giudice ha riscontrato nella scelta della Fiat un «comportamento antisindacale».
Per noi è una bella notizia. Non abbiamo mai avuto dubbi, e lo avevamo scritto chiaramente, sulla correttezza dei lavoratori di Melfi e sappiamo benissimo che la protesta operaia, pur nelle sue espressioni più radicali, non è paragonabile a un atto eversivo. Ora ci auguriamo che anche l'impiegato Capozzi di Mirafiori, delegato Fiom e simpatizzante Pd, licenziato perché aveva usato la mail aziendale per un volantino possa presto tornare al lavoro. Nella stagione del bipolarismo bisogna fare scelte chiare: gli operai di Melfi sono i nostri preferiti, Marchionne anche quando cita Karl Popper non ci ha mai pienamente convinto. Ma, forse, ci sbagliamo.
La Fiat non commenta, attende di leggere le motivazioni della sentenza. Nessun commento è arrivato da Emma Marcegaglia, leader di Confindustria, che aveva giustificato il licenziamento dei tre operai perché protagonisti di «iniziative di sabotaggio». In silenzio anche il ministro del Welfare Maurizio Sacconi che aveva spalleggiato la Fiat di «fronte a gravi episodi di interruzione dell'attività produttiva, che ci riportano agli anni Settanta». Bisognerebbe segnalare, ma è meglio lasciar perdere, l'imbarazzo di Cisl e Uil che, in altri tempi, davanti al licenziamento ingiustificato di operai e delegati non avrebbero fatto mancare la loro solidarietà. Ma oggi proprio non ce la fanno.
Questo caso dei licenziamenti alla Fiat, tuttavia, non può essere archiviato con un giudizio in un verso o nell'altro della magistratura. Il progetto «Fabbrica Italia» annunciato in aprile da Sergio Marchionne porta con sé una sfida non solo industriale, ma culturale e politica al mondo del lavoro, sindacale, al governo. Marchionne dice e conferma con le sue azioni che vuole superare il sistema di relazioni industriali, farsi un contratto di lavoro su misura, derogare da impegni e adesioni confindustriali e soprattutto costituzionali. Oggi, di fronte alla sentenza di Melfi, Marchionne "l'inarrivabile", come lo definisce il Corriere della Sera, potrebbe avere qualche dubbio sul successo del suo progetto. È ipotizzabile che i lavoratori di Pomigliano si facciano licenziare e poi riassumere in una newco sempre controllata dalla Fiat con un contratto che deroga dai patti sottoscritti tra le parti, dai principi costituzionali, dal contratto nazionale di lavoro, senza che nessuno osi protestare e ricorrere alla magistratura? Siamo sicuri che i modelli produttivi di Tychy in Polonia o della Chrysler siano indispensabili per convincere Marchionne a mantenere le fabbriche italiane in attività?
A nessuno viene il dubbio che la linea del Lingotto sia stata finora caratterizzata da un'ambiguità che non ha mai chiarito quali saranno i veri investimenti e le reali produzioni destinate all'Italia? In questa situazione difficile converrebbe anche alla Fiat negoziare con tutti, trovare una base più ampia di consenso, nel rispetto dei patti. Sarebbe un successo per Torino, i sindacati, i lavoratori, le istituzioni se «Fabbrica Italia» diventasse un progetto aziendale condiviso da tutti. Ma per ora non ci sono segnali distensivi dal Lingotto, quasi che si volesse cercare un ulteriore scontro, una nuova fase di tensione per ripensare le proprie scelte in Italia.
Può darsi che la strada di Marchionne sia quella vincente, indispensabile allo sviluppo dell'industria dell'auto e alla nuova competizione internazionale. Se ha ragione gli faremo un monumento. Ma davanti a questa sfida è necessario che la sinistra, il Pd parlino chiaro e forte al paese. Soprattutto è bene che tra le forze progressiste siano chiare le responsabilità di una multinazionale com'è oggi la Fiat, del governo e delle forze sociali. Attribuire, come hanno fatto alcuni esponenti di primo piano del Pd, ai lavoratori di Pomigliano responsabilità dell'inefficienza produttiva, dell'assenteismo ingiustificato, non appare una posizione corretta. A Pomigliano c'è l'«assenteismo» determinato dal fatto che da due anni la fabbrica opera tre giorni al mese e sarà così per un altro anno, ammesso che Marchionne voglia mantenere le promesse. A Pomigliano tra i precari buttati fuori c'erano giovani premiati dal direttore di stabilimento per le loro proposte di miglioramento dell'organizzazione in fabbrica. Questa è la realtà.
Oggi la sinistra, il Pd hanno di fronte sfide importanti. Devono dire da che parte stanno e quali scelte condividono. Perché, come sostiene il presidente della Toscana Enrico Rossi allergico ai leader fighetti, «l'idea che un partito laburista non debba avere un blocco sociale di riferimento viene da Tony Blair, considero il blairismo una malattia mortale della sinistra». Chi c'è nel blocco sociale del Pd? Iniziamo da Melfi e Pomigliano o no?
Ultimo aggiornamento (Giovedì 12 Agosto 2010 12:19)










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