Marchionne arrogante, attacca chi difende i tre operai licenziati

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Lavoratori e Lavori - Diritti e Pari Opportunità

marchionne_120Lasciarsi alle spalle i vecchi schemi. "Avrei voluto raccontare di quando 11 anni fa ho avuto la fortuna di incontrare Nelson Mandela, della globalizzazione, delle sfide economiche e di molto altro. Ma i fatti degli ultimi giorni hanno mi hanno costretto a cambiare radicalmente il mio intervento. A costo di passare per rude ho sempre cercare di parlare in modo chiaro senza avere la presunzione di avere la verità in tasca. leggi tutto

Ho l'impressione che in Italia abbiamo paura di cambiare. Le ragioni di declino economico e sociale risiedono nell'immobilismo. Assistiamo in questi giorni a una contrapposizione tra due modelli: chi difende i vecchi schemi e chi propone il cambiamento. Non siamo più negli anni Sessanta: non possiamo più pensare che sia una lotta tra padroni e operai; fin quando non ci lasciamo alle spalle il passato non saremmo in grado di vedere nuovi orizzonti".

Parole di Sergio Marchionne che va giù duro, arrogante, provocatore durante l'incontro nel meeting di "Comunione e Liberazione", offensivo anche nei confronti del Presidente della Repubblica . La lettera con cui Napolitano aveva risposto ai tre operai licenziati dalla Fiat di Melfi, due dei quali delegati Fiom e poi reintegrati dal giudice, era stata molto chiara. Solo chi non voleva intendere ha potuto, scusandoci il bisticcio di parole, fraintendere.

La dignità del lavoro, problema sollevato dai tre licenziati è il cuore della vicenda. Napolitano l'aveva ben colto questo problema calpestato da Marchionne e da suoi Reintegro significava nel posto di lavoro e non nella saletta sindacale, lontani dalla produzione. Così come il presidente della Repubblica aveva posto il vero problema di fondo: quello delle relazioni industriali con un esplicito invito ad affrontare una questione importante non solo dal punto di vista sindacale, ma anche da quello politico e più in generale sociale. Reazioni industriali che devono tenere da conto i diritti dei lavoratori, la dignità del lavoro, il ruolo del sindacato. L'ad del Lingotto, tornato dalla residenza americana per rispondere all'invito di Comunione e Liberazione, ha fatto finta di apprezzare le parole del Presidente della Repubblica, ma in realtà si è nuovamente scagliato contro i tre lavoratori e contro chi li difende.

Ovviamente visto che Napolitano aveva capito ciò che provavano i tre operai di Melfi e che si era espresso con chiarezza perché "si rispetti la sentenza di reintegro", anche il Capo dello Stato entra nel mirino del manager con il maglioncino. E' evidente che se Napolitano pone il problema del rispetto della sentenza significa che la Fiat non l'ha rispettata. La pensa così anche monsignor Giancarlo Mafia Brigantini, arcivescovo di Campobasso e presidente della Commissione Cei per i problemi sociali, il lavoro, la giustizia, la pace. Dice il porporato che " il lavoro non esiste solo per essere pagati, ma per la dignità dell'uomo". Ma per l'ad della Fiat, evidentemente la dignità è un optional. Tanto è vero che le parole di Napolitano definite da monsignor Brigantini, "un prezioso appello a superare lo strappo", hanno fatto andare in bestia Marchionne, incerto sul tono della risposta, ma non sui contenuti.

E così è stato ed ha attaccato chi difende i tre operai: "E' inammissibile tollerare e difendere – ha detto-alcuni comportamenti, che vedono la mancanza di rispetto delle regole e di illeciti arrivati in qualche caso al sabotaggio". Poi una pressione, una critica neppure troppo velata nei confronti della magistratura, Berlusconi insegna. " Adesso siamo in attesa del secondo grado di giudizio, ci auguriamo che siano meno influenzate dall'enfasi mediatica. La dignità e i diritti non possono essere patrimonio esclusivo di tre persone: sono valori che vanno difesi e riconosciuti e tutti, la responsabilità è anche quella di tutelare la dignità della nostra impresa e il diritto al lavoro di tutti i dipendenti".

Dunque la sentenza di condanna della Fiat per comportamento antisindacale sarebbe dovuta all'enfasi mediatica. I giudici che dovranno esaminare il ricorso della Fiat sono avvisati. Tutto il resto del discorso solo chiacchiere.

Da notare che Marchionne si è detto disponbile a parlare con il segretario generale della Cgil, "un uomo che rispetto". Bontà sua. Epifani è alla testa di un sindacato che conta quasi sei milioni di iscritti. Marchionne non fa certo un grande sforzo a dire che è disposto a parlarci. Viene ancora una volta una lezione di grande dignità dai tre lavoratori di Melfi.

Dice Giovanni Barozzino, uno dei due delegati Fiom licenziati: " Visto che gira sempre gli stabilimenti Fiat in America, perché non viene anche qui, e accetta un confronto anche con noi e con i nostri legali, se non ha paura della verità. Lo stabilimento di Melfi ha festeggiato da poco i cinque milioni di vetture prodotte: credo che il merito sia soprattutto degli operai". Già, perché. Forse ritiene che gli operai non siano degni di lui. Portano la tuta e non il magliocino.

Direttamente da Melfi vi sono state due repliche, a quanto detto da Marchionne. La prima, da parte di Giovanni Barozzino, uno dei tre operai licenziati, che ha sottolineato "che non vi è stato nessun boicottaggio, ma solo uno sciopero a giugno scorso. L'atteggiamento dall'amministratore delegato Fiat è frutto della non conoscenza della realtà della fabbrica lucana". La seconda replica, dalla voce dal segretario regionale della Basilicata della Fiom, Emanuele De Nicola. "noi abbiamo fiducia nella magistratura, che ha fatto un decreto di reintegro - ha sottolineato De Nicola - e' inaccettabile che i tre operai vengano umiliati dando loro la retribuzione senza farli entrare in fabbrica per lavorare".

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Ultimo aggiornamento (Venerdì 03 Settembre 2010 17:03)

 
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